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GIACINTO BOSCO. Doppio sogno. L’amore tra mitologia e mitografia

GIACINTO BOSCO. Doppio sogno. L'amore tra mitologia e mitografia

Dal 11 giugno al l' 11 settembre 2022

Una mostra a cura di Angelo Crespi organizzata dal Comune di Iseo, in collaborazione con la Fondazione l’Arsenale, con l patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia, della Comunità Montana del Sebino Bresciano, con il contributo di Liquid Art System di Franco Senesi e di Cubro Fonderia Artistica.                                                                          

Dall’11 giugno all’11 settembre 2022, Iseo (BS) rende omaggio a Giacinto Bosco (Alcamo, TP, 1956), uno degli scultori figurativi più accreditati e riconoscibili del panorama artistico italiano, tra quelli che proseguono la tradizione classica del Novecento.

Il lungolago e l’Arsenale accolgono 40 opere in bronzo, alcune monumentali, in grado di ripercorrere il percorso creativo dell’artista siciliano. 

La mostra, dal titolo Doppio sogno. L’amore tra mitologia e mitografia presenta una serie di sculture di grandi dimensioni -la più impotente alta 6 metri – , che rappresentano al meglio la poetica di Giacinto Bosco, in cui la solidità del bronzo viene messa al servizio della leggerezza del sentimento d’amore.

“L’ amministrazione comunale d’Iseo, dopo l’eccellente risultato del 2021 ha deciso di replicare nel 2022 con una mostra di grande impatto figurativo e rappresentativo – commenta Cristina de Llera – consigliere delegato alla cultura del Comune d’Iseo -. Sono certa che, grazie a queste affascinanti opere di Giacinto Bosco, la “LUNA” saprà compiere il prodigio di avvicinare il lago al cielo”.

Alcune delle creazioni di Bosco ruotano attorno al tema della luna, una delle sue cifre espressive più caratteristiche e riconoscibili , i cui figure elementari quanto struggenti, che spesso anelano un contratto col satellite terrestre, sembrano liberarsi mentre si dondolano su altalene appese al cielo, o tentano esercizi di equilibrio tenendosi sollevati su sedie e scale, arrampicandosi su funi. Da esse traspare la solennità di sentimenti antichi e primari, come quello dello stupore umano di fronte all’astro notturno, che fu cantato da poeti quali Ariosto, Leopardi e Borges che inspirò musicisti quali Beethoven e Debussy che, a loro volta, sono modelli culturali e della tradizione per Bosco. A queste opere si aggiungono quelle in cui l’artista riflette sul mito dell’amore. 

“Il lavoro di Giacinto Bosco – afferma Angelo Crespi – si concentra sulla mitologia dell’amore cioè sulla riscrittura in chiave di mito del sentimento dell’amore. Non c’è però nessuna tentazione archeologica, semmai la rappresentazione in chiave moderna e simbolica del desiderio dell’amore. Quella di Bosco è infatti una mitologia personale e universale in quanto riflessione sul particolare ed è proprio qui la grandezza dell’arte di cogliere nel frammento l’eternità; le sue figure hanno la leggerezza di un Peynet o di un Folon ma nella solida resistenza del bronzo, gravi eppur leggere sono una plastica rappresentazione del desiderio desiderante che unisce la donna e l’uomo”.

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PLOT HUNTERS. Maurizio Donzelli, Arthur Duff, Antonio Marchetti Lamera

PLOT HUNTERS. Maurizio Donzelli,
Arthur Duff, Antonio Marchetti Lamera

Dal 26 marzo al 22 maggio 2022

Una mostra a cura di Ilaria Bignotti in collaborazione con Camilla Remondina 
con il Patrocinio di Comune di Iseo

Il progetto espositivo intende confrontare la ricerca visuale di tre artisti mid-career, Maurizio Donzelli, Arthur Duff e Antonio Marchetti Lamera, attraverso il dialogo tra opere pittoriche e installazioni recenti che si dispongono nei tre ambienti dell’Arsenale di Iseo.
Pur nelle differenti declinazioni dei loro linguaggi, i tre artisti sono in un certo senso accomunati da un’affinità nei contenuti espressivi: le loro opere infatti corrono sul perimetro dell’ambivalenza e fanno emergere, sulla superficie della trama pittorica (Donzelli e Marchetti Lamera) o dell’intreccio ricamato e luminoso (Duff), possibili immagini che a loro volta evocano paesaggi antropizzati ed urbani, paradisi fitomorfi, visioni oniriche e racconti dichiarati con ago e filo o sussurrati come un messaggio tra le ombre e i reticoli della materia pittorica. Il problema del limite – da intendersi nella massima complessità etimologica del termine come confine e soglia, punto di arrivo e per questo possibile rampa di sconfinamento immaginifico e mentale – è altrettanto cruciale e condiviso.
Maurizio Donzelli lo indaga da decenni attraverso opere che lavorano sull’ambiguità tra figura e sfondo, latenza e affondo dell’icona, in un tripudio di pittura, materiali riflettenti e rilucenti, sofisticati mirrors e pregiati arazzi. Senza porre alcun limite ai bacini di ispirazione e ai paradigmi iconici di riferimento, Donzelli porta alla luce uno straordinario apparato di visioni che conducono il riguardante in un percorso di avvicinamento alle più remote istanze della percezione, in un processo di condivisione empatica tra immaginazione, senso e conoscenza. Un artista crossover che non ha mai voluto identificare la propria indagine in correnti stabilite, ma fautore di una continua ricerca che intreccia studi filosofici ed iconografici a indagini storiche e sensibilità antropologica per esplorare il potenziale dell’immagine, tesa tra analogia, trasformazione e trasfigurazione. Ciò che accomuna l’intera indagine dell’artista e la rende al contempo leggibile a più livelli di profondità è allora proprio il suo essere atto concettuale che si fa segno, colore, forma instabile e mutevole perché in costante relazione con lo sguardo di chi la accoglie e rielabora in base alla propria sensibilità. In questo composito atlante di immagini i Drawings e gli Arazzi, i Mirrors e i recenti Monocromi, fino alle opere su tela e resina ed alle ultime sperimentazioni che vedono la sofisticata stampa fine art su Chromalux, mettono in evidenza la crucialità del pensiero che è retrostante al processo costitutivo dell’opera, riportando così al centro della riflessione il principio del fare, ovvero, dell’atto creativo che non si conclude con la restituzione dell’opera al mondo ma continua nella reciprocità tra questa e lo spettatore, in un farsi e disfarsi dell’immagine che non è labirintico gioco, ma cosciente richiamo al vedere e sentire. 

Antonio Marchetti Lamera indaga in modo ossessivo il rapporto che intercorre tra la sua modalità percettiva delle trame architettoniche urbane senza alcun pregiudizio nei confronti della tipologia di spazi e costruzioni ma, anzi, perseguendo unicamente il suo desiderio e rispondendo così alla fascinazione estetica – da qui la sua vicinanza teorica con il principio della leggerezza di Italo Calvino. L’approccio passa dall’occhio all’obiettivo al pennello – o ad analoghi strumenti di restituzione visuale: Marchetti Lamera seleziona, vagabondando nelle città, porzioni visuali antropizzate, le fotografa producendo così un ricchissimo atlante in continua evoluzione, per poi campionare ulteriormente frammenti di ombre e di nervature architettoniche che costituiscono i “cadavres exquis” – la citazione surrealista è puntuale e rievoca il principio della flânerie urbana che caratterizza l’artista – di un’ulteriore elaborazione che si dilunga e diluisce tra acrilici cangianti, tele e carte che diventano anche installazioni complesse, come la recente “Teatro d’ombra”, presentata nel contesto della Ex chiesetta di Polignano a Mare. L’ombra, compagna e alter ego dell’architettura e dell’uomo, è irriducibilmente presente nell’opera di Marchetti Lamera, si diluisce e distende, contorce e rarefà, tessendo una trama evocativa di racconti che dalla dimensione urbana trascendono in quella metafisica. 

Stridono e imperversano i reticoli e i ricami di Arthur Duff, ora nella luminosa eclatanza dell’installazione di luce e corda che si arriccia e srotola lungo la parete, ora nella stratificata veemenza dei tessuti ricamati, dove la parola o la frase diventano attivatori di un magma di significati che dalla dimensione intima ed individuale trascorrono in quella pubblica e contemporanea. Divagazione, concentrazione, condensazione, restituzione: il processo creativo di Arthur Duff scaturisce da un labirintico meditare che si traduce in caleidoscopi di immagini tra loro interconnesse, lasciando che queste si contaminino e distinguano in un andirivieni che dal profondo si decanta in superficie e si definisce sul supporto, di volta in volta individuato dall’artista quale più consono medium, in una processualità stratificata e meditata.

Di queste trame, di questi intrecci materici e visuali si connota il progetto espositivo che sin dal titolo evidenzia proprio la polisemia del percorso che suggerisce una lettura stratificata delle opere in mostra, le quali necessitano dello sguardo unico e insostituibile dello spettatore, chiedendogli di colmare con la sua esperienza visuale e il suo substrato di immagini e visioni il tracciato narrativo e il tragitto iconografico tra i fili pittorici, impalpabili, luminosi e narranti che scorrono, affondano ed emergono tra gli ambienti dell’Arsenale.

Download allegati: COMUNICATO STAMPA_PLOT HUNTERS_ISEO_11 MARZO

Di seguito: Panoramiche delle sale espositive

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ARTISTE CONTEMPORANEE: Valery Franzelli, Serena Nicolì, Valentina Regola. /biàn•co/

ARTISTE CONTEMPORANEE
Valery Franzelli,
Serena Nicolì,
Valentina Regola. /biàn•co/

Dal 22 gennaio al 27 febbraio 2022

A cura di Melania Raimondi e Camilla Remondina di ACME Art Lab, con la precedente mostra Silvia Inselvini. Érebosrientra nel periodo che la Fondazione l’Arsenale intende dedicare ai giovani artisti contemporanei.

Sin dal titolo si evince che la mostra /biàn•co/, la collettiva che riunisce tre artiste contemporanee emergenti che operano prevalentemente sul territorio bresciano dove si sono formate: Valery Franzelli (Chiari, 1998), Serena Nicolì (Varese, 1985) e Valentina Regola (Brescia, 1995), tratta i temi dell’uso e della simbologia del colore bianco e, allo stesso tempo, dell’importanza della parola come mezzo per veicolare pensieri ed emozioni

Come teorizzato da Isaac Newton nel XVII secolo, il bianco, associato tradizionalmente alla purezza e al candore, raccoglie in sé tutti i colori dello specchio cromatico discostandosi dalle convinzioni precedenti secondo cui il bianco rappresentava una mancanza. 

Fin dall’antichità, attraversando luoghi, culture e religioni differenti, questo colore ha portato con sé vari significati contrapposti sia positivi che negativi, dal lutto alla nascita, dal vuoto all’opportunità. Nella filosofia orientale il bianco, e quindi il vuoto, è considerato uno spazio ricco di possibilità, una tela bianca pronta a mostrare l’essenza immateriale delle cose attraverso l’esperienza estetica, spirituale e sensoriale, mentre nella cultura occidentale è associato al nulla, diventando anche motivo di angoscia, un ostacolo non dissimile alla sindrome della pagina bianca. 

La ricerca di Valery Franzelli, Serena Nicolì e Valentina Regola è infatti accomunata dall’uso frequente e preponderante del bianco in tutte le sue sfumature di colore e significato.

Valery Franzelli riflette sul vuoto come spazio libero da preconcetti e limiti formali, generatore di opportunità. Infatti nelle opere Grido, Ombra, Profondo e Scrigno il foglio apparentemente bianco, grazia alla luce di Wood che lo illumina, rivela un significato più profondo e complesso di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. In Oblio la carta, comunemente usata come supporto, diventa assoluta protagonista: si tratta essenzialmente di un foglio bianco, che deve essere ancora riempito, ma allo stesso tempo carico di parole, storie e pensieri appartenenti a pagine già scritte.

Se Franzelli sperimenta il mondo del possibile Valentina Regola esplora quello dell’immaginario, nella serie degli Anticariati oggetti recuperati dal passato assumono altre sembianze cambiando la loro percezione mediante l’uso del colore. La stessa metamorfosi avviene in Quando mi ritrovai dove l’elemento dello specchio viene alterato a seconda delle emozioni provate dall’artista nel momento dell’atto creativo e permette a chi guarda di scoprire una nuova consapevolezza di sé.

Infine Serena Nicolì, la cui ricerca indaga il mondo dell’interiore e della relazione con sé stessa e con l’altro attraverso l’analisi autobiografica, utilizza il bianco per la sua peculiare caratteristica di purezza come in Amore sprecato, un candido fazzoletto di famiglia su cui l’artista ha ricamato una poesia utilizzando i propri capelli; altre volte si contrappone all’idea di mancanza propria del colore rivisitandolo in una dimensione spaziale con 120 fiori.

Un’ altra tematica che lega e rende affini le tre artiste emergenti è l’uso accorto della parola, ricercata e scelta con cura come si trattasse di un vero e proprio componimento poetico, all’interno dei propri lavori, per questo motivo ogni opera in mostra è accompagnata da una breve composizione che evoca emozioni e suggerisce parzialmente una possibile interpretazione dell’opera, lasciando comunque all’osservatore la libertà di lasciarsi trasportare dai propri pensieri. Come queste suggestioni scritte anche la quasi totalità delle opere esposte è stata realizzata ad hoc per la mostra in linea con il progetto Artiste contemporanee voluto dalla Fondazione per valorizzare giovani artisti emergenti.  

Download allegati: COMUNICATO STAMPA_BIANCO_ISEO_14 GENNAIO

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ARTISTE CONTEMPORANEE: SILVIA INSELVINI. Érebos

ARTISTE CONTEMPORANEE
Silvia Inselvini. Érebos

Dal 4 dicembre 2021 al 9 gennaio 2022

 

A cura di Melania Raimondi e Camilla Remondina di ACME Art Lab, con la mostra Valery Franzelli, Serena Nicolì, Valentina Regola. /biàn•co/, rientra nel periodo che la Fondazione l’Arsenale intende dedicare ai giovani artisti contemporanei.

Érebosmostra personale di Silvia Inselvini (Brescia, 1987), simboleggia i binomi luce/oscurità, giorno/notte, pieno/vuoto. Nella mitologia greca Erebo è oscurità, tenebre, Inferno ma anche l’alba e la vita e rappresenta il luogo in cui le anime buone si radunano prima di giungere nei Campi Elisi. Figlio di Caos e Caligine, l’oscurità primordiale, Erebo è una divinità ancestrale che dà vita con la sorella Notte a diverse personificazioni tra cui la morte, la discordia e la miseria, tipicamente ostili, ma più interessanti sono quelle legate alla vitalità quali il giorno, il sogno ed Etere, ovvero l’astrazione del cielo più alto e della luce più pura raggiungibile solo dagli dei.

Per rappresentare i temi proposti, le ambivalenze intrinseche dell’Erebo e il percorso nelle profondità della Notte, alla Fondazione l’Arsenale di Iseo sono esposti i Notturni di Inselvini.

Si tratta di semplici fogli di carta coperti da strati e strati di inchiostro dati manualmente a penna ripetendo incessantemente lo stesso gesto a formare una sorta di buco nero su cui il visitatore, attratto dalla sua forza magnetica, può affacciarsi ed immergersi per contemplare il nero assoluto ma anche la luce da esso generata e riflessa.

Il lavoro di Silvia Inselvini si fonda sulla reiterazione, sulla ripetizione del gesto, sull’operare mediante una ricerca individuale radicata nella parte più profonda del proprio essere; da qui ha inizio la manualità, ossessiva e insonne, che caratterizza tutti i suoi lavori e che si confronta direttamente con i materiali a lei più affini, in questo caso specifico l’inchiostro e la carta.

Nei Notturni esposti cogliamo l’evoluzione dell’artista nella poetica ma anche nella tecnica: dai primi fogli in cui è possibile cogliere solchi ed irregolarità lasciati dalla penna ai più recenti caratterizzati da stesure talmente sature di colore da rivelare la qualità “metallica” e riflettente dell’inchiostro.

La mostra si presenta come un vero e proprio percorso; partendo dalla prima sala in cui la luce naturale riempie l’ambiente e dialoga con la brillantezza dell’inchiostro blu si giunge alle sale successive dove la luce è più soffusa e i lavori virano verso il nero più profondo, creando un ambiente intimo e raccolto.

In questo modo il visitatore è accompagnato in un viaggio che lo conduce all’Erebo e ad una profonda riflessione personale legata alla religione intesa come ritualità, alla persistenza drammatica della vita quotidiana, alla memoria e allo scorrere del tempo.

Un evidente riferimento storico-artistico è rappresentato dalla Rothko Chapel (1964-71), installazione carica di senso di attesa e di incompiutezza dovuto all’improvvisa morte dell’artista, le cui opere all’interno ricordano delle finestre affacciate sul nulla ma nelle quali è possibile osservare il tutto ed interrogarsi sull’esistenza umana, così i Notturni diventano specchio per vedere oltre all’apparenza e cogliere che è dall’oscurità che nasce la vita.

La stessa Silvia Inselvini definisce il suo modo di lavorare affine a quello di Mark Rothko per la tensione trascendentale e sacrale dei suoi dipinti, semplici e monocromi ma allo stesso tempo incredibilmente complessi sul piano psicologico. 

Il gesto reiterante dell’artista diventa un’attesa costante di risposte, così come la Notte si fa momento di attesa prima del Giorno.

Il progetto è sostenuto dalla galleria IAGA Contemporary Art di Cluj-Napoca
(Romania) che rappresenta a livello internazionale l’opera dell’artista. Inoltre la mostra si completa di un catalogo online prodotto dalla galleria e fruibile sulla piattaforma Issuu della stessa.

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MARCELLO GRASSI. Archeologia dello Sguardo

MARCELLO GRASSI. Archeologia dello Sguardo

Dal 18 settembre 2021 al 7 novembre 2021

Una mostra a cura di Ilaria Bignotti in collaborazione con Camilla Remondina
e con il supporto della Galleria IAGA Contemporary Art, Cluj-Napoca, Romania
con il Patrocinio di Comune di Iseo

Il progetto espositivo consiste in una mostra personale antologica, retrospettiva e tematica del fotografo italiano Marcello Grassi (Reggio Emilia, 1960), conosciuto a livello internazionale per la sua vastissima indagine sulle vestigia del passato conservate in musei e siti archeologici europei.

In mostra sarà esposto un numero cospicuo di lavori attinenti alle campagne fotografiche di Grassi realizzate in prestigiose sedi museali, da Ravenna ad Arles, dal Louvre agli Uffizi.

Instancabile viaggiatore e catalogatore affamato della storia dell’arte e della cultura, Marcello Grassi avvia la sua indagine negli anni Ottanta e nel corso del tempo ha saputo raccontare, in un modo immediatamente riconoscibile, poetico e concettuale, la vitalità del patrimonio museale italiano ed europeo

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Foto in alto: Marcello Grassi, Erma di Auriga, Palazzo Massimo alle Terme, Museo Nazionale Romano, 2020, fotografia digitale, Stampa FineArt su carta cotone 100% Verona Natural White100% e montata su Dibond, 70×70 cm su concessione del Ministero della Cultura – Museo Nazionale Romano/Palazzo Massimo alle Terme, Erma di Auriga, 2020

Di seguito: Panoramiche delle sale espositive 

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GIUSEPPE CARTA. Germinazioni della Terra

GIUSEPPE CARTA. Germinazioni della Terra

Dal 26 giugno al 5 settembre 2021

La Germinazione è per l’artista l’atto della Rinascita e della Speranza di una nuova vita, porta nel suo grembo un messaggio propositivo di nuova linfa vitale che dà e restituisce bellezza anche dove questa manca.

La Germinazione è il tema principalmente trattato dell’artista, pittore e scultore riconosciuto a livello internazionale, che della Natura e dei Frutti della Terra ha fatto il leitmotiv di tutta la sua attività artistica iniziata oltre 40 anni fa. 

Le sue sculture dalle forme levigate e dal croccante realismo e i suoi dipinti, anch’essi traboccanti di un realismo finemente ricercato, sono veri inni alla Natura e alla Creazione.
L’installazione profusa delle sculture di Giuseppe Carta celebra la Terra e la Natura onorando il lavoro e l’impegno delle persone che abitano le terre del lago di Iseo, questo perché in omaggio alle sue celeberrime produzioni di Vino e di Olio, apprezzate in tutto il mondo, saranno installate due importanti sculture: un grappolo d’uva e una oliva.

Germinazioni della Terra, titolo indicato per tale esposizione, è pertanto un forte richiamo alla Terra che dà vita e nutrimento materiale e spirituale a tutti gli uomini che la abitano, al contempo è per loro un monito alla tutela e alla salvaguardia dell’intero pianeta Terra perché è dalla sua vita che dipende quella dell’uomo e di tutti gli altri esseri viventi.
Il messaggio così espresso di
forte valenza ambientale potrà divenire nelle mani del Comune di Iseo un importantissimo veicolo educativo e comunicativo di estrema rilevanza pubblica per le importanti tematiche in esso raccolte.

L’evento-mostra sarà composto da un corpo espositivo di particolare pregio: circa 73 sculture circa 20 dipinti raffiguranti nature morte e richiamanti i soggetti scultorei scelti. Il percorso espositivo vedrà coinvolte diverse location della città individuate nei giardini del Castello Oldofredi, nel Lungolago a partire da Porto Gabriele Rosa fino ai giardini Garibaldi e più specificatamente nei pressi del ristorante Lido dei Platani, nei giardini di Casa Panella, in Piazza Statuto. Lungo questo percorso saranno installate 45 sculture di grandi e medie dimensioni, alcune giganti, raffiguranti i frutti della Terra tanto amati dall’artista: il Peperoncino, il Pomodoro, l’Oliva, il Limone, la Ghianda, il Grappolo d’Uva, la Mela, la Melagrana, la Melacotogna, la Pera, la Cipolla e l’Arancia.

In piazza Statuto, adiacente la sede della Fondazione L’Arsenale, sarà installato un grande peperoncino rosso che idealmente indicherà il proseguo dell’esposizione, ospitata nelle sale interne dell’Arsenale, che differirà dalle precedenti presenze scultoree disseminate nella città perché presenterà, attraverso dipinti e orti ideali, la parte forse più intimista e riflessiva di Giuseppe Carta.

La Fondazione l’Arsenale ospiterà 28 sculture e circa 20 dipinti, così raccolti:

  1. “Orti della Germinazione” così definiti e chiamati dall’artista perché le sculture, collocate su
    pedane rialzate e ricoperte di manto erboso, sembrano germinare, nascere dalla Terra.
  2. “Natura dipinta” così definita l’opera pittorica di Carta che con minuzia lenticolare e un realismo
    disarmante indaga la Natura e i frutti della Terra.


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ANTONIO SCACCABAROZZI. Acquorea

ANTONIO SCACCABAROZZI. Acquorea

Da giovedì 29 aprile a domenica 20 giugno 2021

Una mostra di Archivio Antonio Scaccabarozzi, Milano
a cura di Ilaria Bignotti in collaborazione con Camilla Remondina
e con il supporto di Galleria Clivio Arte Moderna e Contemporanea, Milano-Parma
con il Patrocinio di Comune di Iseo

All’Arsenale di Iseo apre al pubblico un’importante mostra antologica dedicata all’artista italiano Antonio Scaccabarozzi (Merate, 1936-Santa Maria Hoè, Lecco, 2008), protagonista della ricerca concettuale degli anni Settanta e rivoluzionario inventore di un nuovo linguaggio pittorico tra gli anni Ottanta e il nuovo Millenio.

La mostra, a cura dell’Archivio Antonio Scaccabarozzi – diretto da Anastasia Rouchota, moglie ed erede universale della sua opera – e di Ilaria Bignotti, sin dal titolo legge l’indagine dell’artista nella sua relazione con l’acqua, intesa non solo quale materiale presente in gran parte delle sue mescole e sperimentazioni pittoriche, ma anche come riferimento teorico e progettuale della poetica dell’artista.

Una mostra che vuole essere, anche, un omaggio alla prestigiosa sede lacustre ospitante questo progetto, destinato a portare a Iseo una vasta rassegna dei principali cicli pittorici di Antonio Scaccabarozzi, con peculiare attenzione a quelli in cui l’elemento acquoreo, come componente costitutiva dell’opera o come allusione cromatica, è fondamentale.

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Foto in alto: Antonio Scaccabarozzi, Iniezione endotela – cm3 8, 1980, acrilico iniettato in tela non preparata, 42×102 cm. 
Courtesy Galleria Clivio Arte Moderna e Contemporanea

Di seguito: Dettagli delle opere esposte

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Mostra fotografica virtuale. Colori, sapori, impressioni in tempo di Covid

Mostra fotografica virtuale. Colori, sapori, impressioni in tempo di Covid

Progetto rivolto agli alunni dell’Ils Antonietti di Iseo promosso dalla Fondazione l’Arsenale

Un progetto rivolto a docenti e alunni per la realizzazione di una mostra fotografica, frutto della sensibilità dell’individuo, attraverso scatti fotografici di vita quotidiana, all’attenzione della natura, degli animali, del territorio.
ln questo difficile periodo saper cogliere la bellezza, la dolcezza negli atteggiamenti, la solidarietà, in questo nuovo stile di vita che l’emergenza sanitaria ci impone, utilizzando la fotografia per catturare attimi della vita, che a volte sfuggono, la finalità valorizzarli in una mostra.
Il Progetto ha come obiettivo promuovere l’attenzione e la consapevolezza del difficile periodo storico causato dalla Pandemia, con scatti fotografici che verranno pubblicati in una mostra virtuale sul sito o sul profilo Facebook della Fondazione l’Arsenale, come documento storico-artistico testimonianza della sensibilità e riflessione del singolo nella comunità.

In foto: Iseo in bianco, scatto della Prof.ssa Graziella Belotti

“Ciò che ci è sempre sembrato scontato e banale, grazie a questo virus non lo è più. Tralasciando tutti i lati negativi portati da questa pandemia, essa ci ha permesso di rivalutare le cose o le persone da ritenere indispensabili e davvero importanti.”

Da una riflessione di Chiara Zampatti, 1I

Di seguito: Gli scatti divisi per classi: 1H, 1I, 1Q e 2Q degli alunni che hanno partecipato con entusiasmo al nostro progetto!

 

 

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Arte in dono

Arte in dono

Arte in dono

Artisti ed artigiani chiamati a donare opere a sostegno degli iseani colpiti dalla crisi del Covid-19.
Questa è l’iniziativa voluta dalla Fondazione in collaborazione con il Comune di Iseo.
Un’asta benefica, on line sulla nostra pagina Facebook per aiutare i nostri concittadini colpiti dalla crisi economica
Oltre 76 opere donate.

La mostra è stata allestita da Cristina de Llera e Annamaria Gallo

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Pittori dell’Est. Bielorussia e Russia

Pittori dell' Est. Bielorussia e Unione Sovietica

A cura di Giannino Magli

La nostra Fondazione è lieta di ospitare una mostra che offre uno sguardo ad una pittura di artisti e paesaggi russi, che non sono i nostri familiari, abitudinari che abbiamo imparato a conoscere; ma che ammirandoli ci suscitano, fanno sorgere in noi gli stessi sentimenti che proviamo quando ci confrontiamo con la natura. Dimostrandoci così che l’effettiva distanza fisica e culturale tra noi e queste opere d’arte viene meno, in virtù di una connessione esperienziale.

Per approfondire il contesto storico-sociale in cui operano questi artisti, qualche estratto dai saggi critici di Raffaele De Grada: “Le gravi vicende che hanno messo in crisi e poi travolto alla fine degli anni Ottanta l’impero sovietico sembra che abbiano risparmiato, almeno nelle arti, il verde territorio della Bielorussia dove opera un gruppo di pittori paesisti. È infatti piacevole constatare come questi artisti bielorussi abbiano sempre mantenuto, nonostante tutto ciò che è stato detto circa l’oppressione degli intellettuali in quel paese, una costante felicità di vivere tanto lontana dalle angosce del mondo contemporaneo.”
E Marzio Dall’ Acqua: “Da questi frammenti del passato sembrano emergere i pittori che veniamo scoprendo, prima ancora che presentarli, artisti di un mondo marginale, ma solo apparentemente semplice, come si è detto, nel quale i fermenti, a lungo lievitanti, possono esplodere all’improvviso in notevoli personalità, in opere estremamente significative che attingono valori estetici non comuni. In realtà, come dimostrano le vicende individuali degli artisti che qui presentiamo, la strada per arrivare alla pittura parte da molteplici e diversi sentieri, tutti segnati da una forte vocazione personale, da condizioni economiche e culturali di estrema povertà, da un sogno coltivato con tenacia, con quella ostinazione che solo i russi sembrano avere, oltre ogni condizionamento reale. Passione e temperamento hanno contraddistinto sempre un tratto distintivo delle arti russe. (…)La pittura però è sempre sapiente, sempre efficace, sempre di forte sentire, anche se forse sono proprio i paesaggi con il loro silenzio, con la loro assenza dell’uomo, con il loro carattere di eternità e di incontaminati spazi, con quel senso di sospensione di ogni evento, di ogni temporaneità che suggeriscono il perenne amore per la natura russa, quasi un archetipo. Anche se qui i cieli sono alti e scorrono maestosi, lenti ed indifferenti per le cose degli uomini, rimandando forse per questo ad ogni possibile salvezza.”